Verso un mondo sostenibile: pillola n.2

Emissioni di gas serra per settore nel mondo

Per proseguire il tema della sostenibilità, iniziata la scorsa settimana con “Verso un mondo sostenibile: pillola n.1”, oggi parliamo dei diversi settori ai quali sono attribuibili le emissioni di Co2.

Quello che si vuole trasmettere è che andare verso un mondo sostenibile, non è più una opzione, ma diventa sempre più una strada obbligata.

Meno carni rosse, più carni bianche

Il sistema alimentare nel suo complesso è fra i principali responsabili dell’effetto serra.

Il rapporto speciale dell’Ipcc su clima e suolo stima che il 37% delle emissioni totali siano attribuibili al sistema alimentare considerando il suo ciclo completo, dall’agricoltura e dall’allevamento alla conservazione, al trasporto, all’imballaggio, alla lavorazione, al dettaglio, al consumo e ai rifiuti.

Le emissioni di CO2 in agricoltura

L’allevamento figura al primo posto, con il 15-18% delle emissioni globali (sempre considerando il ciclo completo), e allo spreco alimentare si attribuisce l’8% delle emissioni.

Quindi lo stesso sistema di produzione del cibo è una delle cause principali dei propri guai, visto che l’emergenza climatica colpisce soprattutto l’agricoltura, riducendo molto le rese per l’aumento della siccità.

Gli scienziati dell’Ipcc hanno più volte ribadito che il taglio dei consumi di carne e degli sprechi alimentari figurano ai primi posti nella battaglia contro la crisi del clima.

La buona notizia è che la Fao ha registrato una diminuzione della produzione globale di carne nel 2019 e prevede un calo anche per quest’anno, in parte derivato dal crollo dei consumi cinesi.

Bisogna vedere che cosa accadrà dopo la pandemia, ma due anni consecutivi di declino sono senza precedenti nella storia, per cui potrebbero rappresentare “l’inizio di un trend durevole”, in base a un’analisi di Bloomberg New Energy Finance.

Il calo della produzione globale, inoltre, arriva dopo una diminuzione del consumo pro capite di carne nel 2019, che secondo i dati della Fao dovrebbe continuare anche quest’anno, totalizzando un calo dei consumi pro capite quasi del 5% dal 2018.

I consumi pro capite di carne bovina hanno raggiunto il loro picco già alla fine degli anni ’70 e il consumo di carne di maiale nel 2015, mentre il pollo continua ad aumentare e agli attuali tassi di crescita supererà presto il maiale.

Questo punto è essenziale in termini di emissioni di gas serra, visto che la carne bovina è di gran lunga la più impattante, con 60 chili di CO2 equivalente emessi per ogni chilo di prodotto, contro meno di 10 chili per suini e pollame.

“La produzione di carne bovina è un settore ad altissime emissioni, soprattutto per il cambio di destinazione del suolo con la deforestazione rampante per fare spazio ai pascoli”, osserva Bnef.

La soluzione più semplice per tagliare le emissioni dell’agricoltura è utilizzare meno suolo e la tendenza a sostituire la carne bovina con il pollame, lo sta già facendo.

 

Le emissioni di CO2 nei trasporti

Quando si parla di trasporti, il problema più grave è posto dal traffico su strada: auto, furgoni, camion e autobus producono circa il 75% delle emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti.

Oltre all’effetto serra, i trasporti su strada sono anche una delle fonti principali di inquinamento atmosferico, soprattutto nelle città, dove si concentrano le emissioni di particolato e di biossido di azoto, che danneggiano la salute e l’ambiente.

Sulla mobilità sostenibile la Cina è in pole position, con quasi metà del mercato dei veicoli elettrici, ma anche l’Ue si sta impegnando con normative sempre più stringenti.

Le auto elettriche quest’anno hanno triplicato la loro quota di mercato in Europa, grazie ai nuovi limiti imposti alle compagnie automobilistiche ed entrati in vigore a partire dal 1° gennaio.

In base alle stime di Transport & Environment, i veicoli elettrici raggiungeranno il 10% del mercato europeo quest’anno (dal 3% del 2019) e il 15% l’anno prossimo.

Sull’onda di questo cambiamento, sempre più Paesi europei si stanno impegnando a mettere al bando la vendita di auto con il motore endotermico, fra il 2030 dei Paesi scandinavi e il 2040 di Francia e Spagna.

La pandemia di Covid-19, nel frattempo, ha contribuito ad accelerare la transizione verso una mobilità più pulita nelle città. Con il calo del traffico automobilistico durante il lockdown, si è aperta una finestra di opportunità per riallocare lo spazio pubblico e i sindaci ne hanno approfittato subito per ridisegnare le città e dare più spazio a pedoni e ciclisti.

In tutto il mondo c’è stato un movimento corale verso la mobilità dolce, con la creazione di nuove piste ciclabili e la chiusura di molte strade alle macchine.

 

Le emissioni di CO2 nell’industria

Mantenere questo modello di sfruttamento lineare, nella logica seguita finora di scavare, confezionare, consumare e buttare, significa confrontarsi con una sempre maggiore scarsità delle materie prime, che già oggi manifestano una preoccupante volatilità dei prezzi, con un incremento medio del 150-200% nell’ultimo decennio.

Il sistema industriale deve ripensare dunque i suoi modelli di produzione e i suoi prodotti finali, in modo da trasformare i rifiuti in una risorsa, come suggerisce anche lo studio Industrial Transformation 2050, curato dall’università di Cambridge insieme a Material Economics, su incarico della European Climate Foundation.

Il corretto riuso e riciclo dei materiali, con l’organizzazione di processi industriali più sostenibili, potrebbe determinare in Europa una riduzione delle emissioni fino a 175 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

Concentrando gli sforzi in questa direzione, entro il 2050 “il 70% dell’acciaio e della plastica potrebbero essere prodotti utilizzando materie prime riciclate”, sostiene lo studio, con evidenti benefici per l’ambiente e per la competitività dell’industria europea.

L’altro aspetto è l’innovazione: con dei processi di produzione a bassa intensità di carbonio si potrebbero abbattere le emissioni dell’industria pesante europea di altri 200 milioni di tonnellate all’anno.

La buona notizia è che la transizione verde dell’industria pesante europea non sarebbe molto costosa: complessivamente, secondo lo studio, queste misure potrebbero costare 40-50 miliardi di euro all’anno all’economia dell’Ue, con una ricaduta di meno dell’1% sui prezzi delle auto e degli edifici. Solo in questo modo, secondo lo studio, l’Unione Europea riuscirà a centrare il suo obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2050.

 

Le emissioni di CO2 nell’edilizia

Efficienza energetica ed elettrificazione sono le due parole d’ordine per centrare l’obiettivo di azzerare le emissioni degli edifici, che in alcuni Paesi è già obbligatorio per tutte le costruzioni nuove.

La buona notizia è che gli edifici a emissioni zero utilizzano tecniche già ampiamente rodate e non sono più costosi degli altri, anzi. Per ogni dollaro investito in efficienza energetica, secondo il Wri, ne tornano indietro 3 nel corso del tempo, con 2 dollari risparmiati sulla bolletta energetica, per non parlare dei costi sanitari risparmiati grazie al calo dell’inquinamento nelle città.

Il problema principale, soprattutto in continenti “vecchi” come l’Europa, è la rigenerazione del patrimonio edilizio già costruito che non si può certo abbattere e ricostruire da zero con tecniche più efficienti.

Per gli edifici esistenti ci sono tecniche di decarbonizzazione consolidate, come ad esempio gli involucri prefabbricati per la coibentazione messi a punto dall’organizzazione olandese Energiesprong e ormai diffusi in tutta Europa, compresa l’Italia.

Con l’industrializzazione del processo di rigenerazione, il governo olandese è riuscito a riqualificare un ampio e diversificato patrimonio di housing sociale, intervenendo su involucro e impianti con cappotti e infissi pre-assemblati, a un costo che si ripaga rapidamente con la riduzione dei consumi.

Il programma, avviato sei anni fa, prevede la riqualificazione di oltre 100mila appartamenti, con garanzia dell’azzeramento dei consumi e quindi delle emissioni totali dell’edificio. Gli edifici e le comunità a zero emissioni stanno rapidamente diventando mainstream, con il supporto di istituzioni globali come il World Green Building Council, Architecture 2030 o la Global Alliance for Buildings and Construction.

Città, aziende e organizzazioni immobiliari si sono già impegnate ad azzerare le emissioni di tutto il loro portafoglio entro il 2030 e anche in Italia la corsa alla decarbonizzazione è iniziata da tempo, grazie agli incentivi per le ristrutturazioni energetiche ora ancora più spinti con l’ecobonus.

 

Fonte: Il Sole24 Ore